Cosa mangiavano gli antichi?

In occasione di EXPO Milano 2015, il cui tema è Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita, i rievocatori mostreranno ai visitatori di Tempora in Aquileia come e di che cosa si nutrivano i popoli romani e celti. I gruppi di rievocazione storica cucineranno i loro pasti rievocando tutti gli aspetti dell’ alimentazione dalla preparazione alla degustazione.

L’alimentazione del soldato romano

(grazie a Giuseppe Cascarino per le informazioni contenute nel seguente articolo)

Alcuni riferimenti letterari hanno alimentato a lungo la convinzione che il soldato romano si nutrisse quasi esclusivamente di pane e di prodotti derivati dai cereali.

In realtà anche durante il periodo repubblicano non mancano diete molto più equilibrate e consumo generalizzato di carne, mentre a partire dal I secolo la diversificazione dell’alimentazione tipica, probabilmente anche a causa dell’adozione di abitudini alimentari dei paesi conquistati, risulta attestata da evidenze non solo epigrafiche ma anche archeologiche, come l’analisi dei rifiuti di alcuni insediamenti e fortezze legionarie.

La grande importanza attribuita al grano da soldati e strateghi risiedeva in realtà nella sua facile trasportabilità e nella notevole conservabilità del grano non macinato.

Durante le campagne militari il cibo poteva essere ottenuto per requisizione, oppure sotto forma di tributo delle popolazioni dei territori occupati o attraversati. Per le truppe di stanza in una guarnigione i rifornimenti provenivano dal territorium o dai prata legionis circostanti, o venivano approvvigionati da un procurator, un funzionario civile di classe equestre addetto ai rifornimenti. Un’altra fonte di approvvigionamento alimentare per il miles poteva essere costituita dall’acquisto diretto nei mercati che sorgevano spontaneamente nelle città e nei borghi adiacenti ai campi militari (canabae o vici), mentre in alcuni casi, come testimoniato da numerosi papiri (P.Mich. 478), parte del cibo poteva essere spedito da familiari e parenti.

Il cibo veniva generalmente preparato e cucinato direttamente daipaterea legionari, che si avvalevano di pentole (ollae), padelle (paterae) di varie dimensioni e altri attrezzi da cucina non dissimili da quelli moderni, e che costituivano parte integrante della loro dotazione personale e del loro bagaglio.

Il pane (panis) – I cereali, ed in particolare il grano (frumentum), costituivano in ogni caso la parte principale (variabile dal 60 al 75%) della dieta del soldato romano. Razioni di grano non macinato venivano distribuite con regolarità ai soldati, in genere con cadenza mensile (DBG, I, 16 e VI, 33), ed il loro valore veniva detratto dalla paga.

Oltre al grano tenero era molto diffuso il farro, ma venivano utilizzate anche altre varietà di cereali, come il miglio e l’orzo.

Secondo Polibio (VI, 39) la razione di grano assegnata ogni mese al fante romano era pari a due terzi di medimno attico, una misura greca di volume pari a 51,86 litri. Due terzi di medimno equivalgono quindi a 34,5 litri di frumento al mese, cioè a 1,15 litri al giorno. Il grano doveva quindi essere macinato per ottenere la farina con cui preparare il pane. Numerosi riferimenti attestano l’usanza dei soldati di prepararsi il pane da sé giorno per giorno, il che avveniva quasi certamente a livello di contubernium (otto uomini): ognuno di essi disponeva di una piccola mola in pietra (mola manuaria) in grado di macinare circa 4 chili di grano all’ora.mola-manuaria La mola, il cui peso si aggirava attorno ai 20 chili, veniva trasportata dagli animali da soma assieme agli altri oggetti pesanti, come ricorda Plutarco (Ant., 45): “…l’esercito mancava di attrezzi per macinare (pros aleton skeuon). Infatti molti erano stati abbandonati, poiché alcuni animali da soma erano morti, e altri dovevano trasportare i malati e i feriti…”. La pratica di preparare il pane da sé doveva essere tipicamente militare: perfino l’imperatore Caracalla (Erodiano, IV, 7, 5) durante le campagne in Germania mangiava il pane che cuoceva personalmente dopo aver macinato il grano con la mola.

La farina poteva essere impiegata anche in altri modi: è attestata ad esempio con una certa frequenza la preparazione della puls, una specie di polenta fatta con farina di farro, acqua, olio o latte.

Poiché durante le marce e gli spostamenti non sempre era possibile o consigliabile accendere fuochi per la cottura del pane, spesso veniva preparata una specie di galletta già cotta e pronta per il consumo, detta bucellatum, che conteneva lo stesso valore calorico del pane con un peso sensibilmente inferiore (600 grammi contro gli 800 della razione di pane).

Gli altri cibi (cibaria): Il fabbisogno di vitamine e di proteine necessario per assicurare una dieta equilibrata veniva soddisfatto da razioni adeguate di carne, verdure, formaggio, uova, olio e vino. Il termine cibaria veniva usato per definire gli alimenti diversi dai derivati del grano (Cesare, DBC, III, 53).

La carne – Essa era principalmente di manzo e di maiale, come viene attestato dai numerosi ritrovamenti di ossa di questi animali nei siti occupati dalle legioni.

La carne bovina proveniva dalle mandrie che pascolavano nei prata legionis, dai mercati e dai sacrifici che venivano regolarmente officiati in occasione delle numerose festività. La carne di maiale veniva bollita o arrostita, ed era possibile ricavarne salsicce (farcimina) e prosciutti (perna). Per la conservazione venivano utilizzate tecniche di salatura e affumicatura. La carne di maiale salata (laridum) era uno degli alimenti più diffusi e consumati. I legionari gradivano molto anche la carne ovina (DBC, III, 47), in particolare di pecora (ovis) e di capra (capra). Anche gli animali da cortile (aves) rientravano frequentemente nella dieta assieme alle loro uova (ova): Vegezio (IV, 7) consiglia di allevare pollame in previsione di un assedio, in quanto poco dispendioso e ideale alimento per i malati. Cavalli e animali da soma potevano venire macellati solo in caso di stringente necessità. Anche la cacciagione, principalmente cervi, cinghiali e lepri, costituiva una percentuale non irrilevante della carne consumata: la caccia costituiva peraltro un’attività tipica del tempo libero. La razione giornaliera media di carne si aggirava attorno alla mezza libbra romana (circa 160 grammi).

Le verdure – Erano costituite principalmente da leguminose ma a volte, in caso di necessità, venivano consumate erbe e radici rinvenute sul posto, come fecero spesso i legionari di Cesare (DBC, III, 48). Anche un notevole consumo di aglio doveva costituire un tratto caratteristico del soldato romano, se Vespasiano revocò la nomina a prefetto di un giovanotto piuttosto profumato (Svetonio, Vesp., 8) dicendogli disgustato “…Avrei preferito che tu odorassi di aglio…”. La razione più attendibile in volume doveva aggirarsi attorno al mezzo sextarius o anche meno (40 o 50 grammi in peso).

Il formaggio e l’olio di oliva – Ricavato da mucche, pecore e capre, il formaggio (caseus) aveva il vantaggio di offrire un peso contenuto e di poter essere confezionato nel campo dagli stessi soldati. La razione giornaliera poteva aggirarsi attorno ai 30 grammi.

L’uso dell’olio d’oliva era diffuso come condimento e mezzo di cottura ma anche come elemento curativo.

Il pesce – Il consumo di pesce è attestato da numerosi ritrovamenti negli insediamenti legionari di lische e di altri resti. Il pesce di fiume (la trota (tructa), il luccio (lucius), lo storione (acupenser)) veniva regolarmente pescato presso i campi legionari lungo il Reno e il Danubio. Di solito merluzzo (salpa), alice (aphye) e tonno (thynnus), veniva trasportato in siti e fortezze anche molto distanti dalla costa. Le tecniche di conservazione, basate certamente sulla salatura, dovevano essere applicate con molta cura e non sempre con successo, come svela un papiro (P.Mich. 478) in cui un soldato racconta al padre le sue disavventure per aver mangiato del pesce avariato. Il pesce, e in particolare le sue interiora, costituiva la base per la preparazione del garum, una salsa molto ricercata e di cui tuttavia non è nota con certezza la composizione: essendo molto costosa, veniva spesso sostituita da un surrogato detto muria.

Anche i frutti di mare, in particolare ostriche (ostreae), cozze (mytuli), patelle (patellae) e lumache di mare (cochleae), erano molto apprezzati.

La frutta – La frutta (poma), sia fresca che secca, era largamente prodotta e consumata in ambito militare. Nei pressi di numerose fortezze legionarie sono stati rinvenuti tra i rifiuti i resti del consumo di grandi quantità di mele (mala), pere (pira), susine (pruna), uva (uva), ciliegie (cerasae), varie specie di frutti di bosco, fichi (fici), noci (nuces), nocciole (nuces avellanae), castagne (castaneae). Sui confini orientali era possibile trovare pesche (pruna persica) e albicocche (pruna armeniaca).

Il vino – Anche il vino si può considerare un alimento vero e proprio: un litro di vino con gradazione alcolica del 12% contiene infatti circa 700 calorie. Si distingueva il vino vero e proprio (vinum), più costoso e di difficile reperibilità, dal vino leggero di bassa qualità e leggermente acidulo (acetum), che allungato con acqua costituiva la posca, la bevanda caratteristica del soldato romano. L’acetum era l’unico alimento che, assieme al bucellatum e al laridum era consentito portare con sé in missioni in cui era necessario viaggiare leggeri (Hist.Aug., Avidius Cassius, V, 3).

Il vino di buona qualità, generalmente prodotto in Italia, in Gallia e in Spagna, veniva identificato dalla provenienza (scritta sulle anfore). Il grado di invecchiamento era definito dall’indicazione vetus (invecchiato) o pervetus (molto invecchiato). Si bevevano anche tipi di vino dolce (glukus oinos) e speziato, in genere allungato con acqua.

La posca costituiva, oltre che una bevanda semplice e di uso comune, anche un blando disinfettante per le ferite ed un ottimo mezzo per prevenire la mancanza di vitamina C. La razione quotidiana di vino doveva attestarsi attorno al mezzo sestario, equivalente a circa 0,27 litri. Sulle frontiere settentrionali era molto diffuso il consumo di birra (cervesa).

Nella tabella seguente è ricostruita la possibile razione quotidiana di un soldato romano in funzione del fabbisogno di calorie.

Alimento Peso in grammi Misura romana Kcal Proteine in grammi
Pane 850 2 sextarii 1950 75
        o bucellatum (650) 2 sextarii
Carne di manzo 160 ½ libra 600 15
        o di maiale 30
Formaggio 30 1 ½ unciae 90 0
Verdure 50 1/3 sextarius 190 10
Vino 160 ½ sextarius liquido 200 0
Olio 40 1 ½ unciae 350 10
Totale 1300 – 1100 3000 110 – 125

Harpastum: il tempo libero delle legioni

L’Harpastum fu uno sport piuttosto cruento appreso dai romani nell’antica Grecia (dove veniva chiamato àrpastòn) durante le campagne di conquista del II secolo a.C. Venne importato a Roma e diffuso successivamente in tutto l’Impero. Antenato del rugby moderno, lo scopo del gioco era di portare la palla, riempita di lana o stoppa, oltre l’estremità del campo avversario. Non è disponibile una documentazione attendibile sulle precise regole del gioco in quanto non ne esistevano di comuni. Tuttavia, dalle fonti storiche si apprende che la partita si disputava tra rapidi passaggi, mischie concitate e scontri corpo a corpo che non di rado causavano gravi ferite se non addirittura decessi. Il campo di gioco era solitamente uno spiazzo di terra semplice e privo d’erba, per questo motivo durante le partite aleggiava nell’aria una costante nuvola di polvere che diede al gioco un nuovo nome: pulverulentus. Ecco come il commediografo greco Antifane descrive una situazione di gioco: «Prese la palla ridendo e la scagliò ad uno dei suoi compagni. Riuscì ad evitare uno dei suoi avversari e ne mandò a gambe all’aria un altro. Rialzò in piedi uno dei suoi amici, mentre da tutte le parti echeggiavano altissime grida “E’ fuori gioco!”, “E’ Troppo lunga!”, “E’ troppo bassa!”, “E’ troppo alta!”, ” E’ troppo corta!” “Passala indietro nella mischia!”».

Secondo la testimonianza dello scrittore latino Sidonio Apollinare (V sec.), il gioco (anche raccomandato dal medico greco Galeno come esercizio igienico) si svolgeva su un terreno rettangolare, con una linea mediana e due linee di fondo campo.

I romani lo chiamavano anche “il gioco della palla piccola” per distinguerlo dai giochi effettuati con altri tipi di pallone, come la Follis (o Folliculus) e la Paganica, riempiti rispettivamente di aria (Follis) o piume (Paganica). Inoltre, Harpastum era anche il nome del tipo di palla sferica, piccola, dura e ripiena di lana o stoppa con la quale si praticava l’omonimo gioco.

Altre fonti riportano che l’Harpastum fosse usato come esercizio fisico per i legionari: non è quindi improbabile pensare che questo gioco viaggiò con le legioni romane e fu da queste diffuso in tutta Europa, dove probabilmente si fuse e contaminò con i giochi con la palla locali dato che era praticato soprattutto dalle legioni a presidio dei confini (erano infatti frequenti partite fra i romani e le popolazioni autoctone).
Secondo le fonti, nel 276 d.C. si svolse una partita in cui i Britanni sconfissero i legionari con punteggio di 1 a 0.

Marco Aurelio, imperatore romano dal 161 al 180 (noto per essere stato un grande politico, filosofo e seguace della dottrina stoica), avendo molto a cuore le questioni morali ed etiche e ritenendo “barbara” l’immolazione di uomini e animali nei circhi al solo scopo di divertire il sadico pubblico romano, bandì i ludi gladiatorii sostituendoli con sport dal carattere meno violento, uno dei quali era proprio l’Harpastum.

I Romani ad Aquileia

Siamo nel 181 a.C., l’Aquileia romana sta prendendo forma e i protagonisti di questo importante avvenimento sono i triumviri Lucio Manlio Acidino, Publio Scipione Nasica e Gaio Flaminio.

« Nello stesso anno fu fondata nel territorio dei Galli la colonia di Aquileia. 3.000 fanti ricevettero 50 iugeri ciascuno, i centurioni 100, i cavalieri 140. Ve li condussero i triumviri Publio Scipione Nasica, Gaio Flaminio e Lucio Manlio Acidino. » (Tito Livio, Ab Urbe condita libri XL)

All’interno del Museo Archeologico Nazionale di Aquileia è conservata una lapide in calcare (73x56x15) a forma di parallelepipedo, la cui iscrizione fa riferimento al triumviro fondatore Lucio Manlio Acidino.

lapide manlio acidino

“ L(ucius) Manlius L(uci) f(ilius) Acidinus, triumvir Aquileiae coloniae deducundae”

Traduzione: “Lucio Manlio Acidino, figlio di Lucio, triumviro (incaricato) della fondazione della colonia di Aquileia”

Dai “Fasti consulares” (elenchi dei nomi dei consoli in carica) di Roma apprendiamo che il nome intero del triumviro era Lucio Manlio Acidino Fulvianus. Figlio di Fulvio Flacco, fu adottato da Lucio Manlio Acidino (entrando così a far parte della gens dei Manlii) che trasformò secondo l’uso il suo vecchio nomen, da Fulvius in Fulvianus. Sappiamo inoltre che, prima di essere impegnato nel nostro territorio, fu pretore nel 188 a.C. Venne quindi inviato in Spagna per combattere contro i Celtiberi. Da questo scontro uscì vincitore, fatto che gli valse l’onore di una “ovatio” (cerimonia con cui venivano resi gli onori ai generali vittoriosi) al suo ritorno a Roma.

Nel 183 a.C. è stato uno dei tre ambasciatori romani incaricati riaccompagnare in Gallia Narbonense un gruppo di Galli transalpini che si erano stabiliti nella pianura friulana nel 186 a.C. in ricerca di un territorio dove installarsi e che avevano tentato di fondare una città sul territorio dell’attuale Aquileia.

Fu poi eletto console nel 179 a.C. con suo fratello adottivo, caso unico dove due fratelli furono consoli nello stesso tempo. Lucio Manlio Acidino era detto “uomo onesto e cittadino eccellente”.

Per sancire la fondazione vera e propria della città, era d’uso presso i Romani celebrare il rito del Sulcus Primigenius (la cui rappresentazione avverrà durante “Tempora in Aquileia”): un aratro tirato da due possenti buoi parati a festa e condotto dal fondatore della città incideva nella nuda terra il futuro percorso della cinta muraria più esterna, il confine tra la civiltà romana ed il resto del mondo, oscuro, barbaro e da popolazioni ostili.
Con il rito del “Sulcus Primigenius” l’urbs veniva inaugurata e protetta da mura sanctae. Questa concezione di una città protetta non solo dall’imponenza materiale delle pietre ma anche dalla sacralità delle sue mura era il risultato di un processo di fusione tra due culture, quella romana e quella etrusca.

Mentre il processo generativo del murus derivava dal rito etrusco del “Sulcus Primigenius”, diverso era il caso del “pomerium” proprio del rito latino. Gli autori antichi interpretano il “pomerium” come una zona contigua alle mura, precisamente “post murum”. Il “pomerium” era una linea che separava la parte sacra della città dal resto. La sua caratteristica era dunque quella di essere una linea continua, senza alcun varco altrimenti avrebbe lasciato debordare la sacralità, peculiarità che lo distingue nettamente dal solco primigenio che doveva invece avere tre interruzioni dove veniva estratto il vomere e sollevato l’aratro nei punti dove erano previste le porte.

Dunque per tracciare il sulcus romano, innanzitutto si provvedeva a osservare gli auspici, ovvero i messaggi divini basati sul volo e sul canto degli uccelli, la cui interpretazione comunicava le volontà degli dei; tale compito spettava ad un sacerdote, l’àugure. In secondo luogo, si scavava una fossa circolare nel punto ove le due strade principali si incontravano formando un angolo retto: questo fossato era chiamato mundus. Al suo interno venivano interrati simboli religiosi che avrebbero dovuto assicurare alla futura città benessere, prosperità, pace e giustizia; in particolare, il fondatore vi gettava una zolla di terra portata con sé dal luogo di provenienza e lo stesso facevano, dopo di lui, gli altri patres familias. Solo dopo, per mezzo d’un aratro, veniva tracciato un solco di confine che delimitava il territorio della città.

Una volta fondata la città di Aquileia dai triumviri prima citati, essa divenne fin da subito centro politico-amministrativo (capitale della X Regione augustea, Venetia et Histria) e prospero emporio.

« Aquileia, poi che è la più vicina al golfo dell’Adriatico è stata fondata dai Romani, fortificata contro i barbari dell’interno. Si risale con le navi verso la città salendo lungo il corso del Natiso per circa 60 stadi. Essa serva ad emporio a quei popoli illirici che abitano lungo l’Istro. Essi vengono a rifornirsi di prodotti provenienti dal mare, come il vino che mettono in botti di legno caricandolo sui carri e anche l’olio, mentre la gente della zona viene ad acquistare schiavi, bestiame e pelli. Aquileia è situata oltre il confine dei Veneti. Il confine è segnato da un fiume che scorre giù dalla Alpi ed attraverso il quale, con una navigazione di 1.200 stadi si risale fino alla città di Noreia. » (Strabone, Geografia, V, 1, 8.)