Contest fotografico: uno scatto per Tempora

Riparte il contest fotografico “UNO SCATTO PER TEMPORA” (edizione 2015)! Ricordiamo che si tratta di un contest aperto a tutti non solo ai fotografi professionisti. Vi chiediamo di mandarci massimo 3 foto a vostra scelta (15×10 cm 150dpi) alla nostra mail fotografandotempora@gmail.com
Creeremo un album sulla nostra pagina Facebook intitolato UNO SCATTO PER TEMPORA 2015 dove posteremo le vostre foto con nome e cognome.
Il termine massimo per inviarci le foto è domenica 26 luglio.
L’album rimarrà online fino al 31 agosto e si potrà votare la foto più bella con un semplice “mi piace”. Le 12 foto più cliccate saranno scelte per il calendario di tempora 2016.
Importante: è obbligatorio avere il file formato RAW originale perché vi sarà richiesto nel caso la vostra foto venga selezionata! Se non si e’ in possesso del file RAW la foto verrà automaticamente esclusa.
Buon divertimento a tutti!

Cosa mangiavano gli antichi?

In occasione di EXPO Milano 2015, il cui tema è Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita, i rievocatori mostreranno ai visitatori di Tempora in Aquileia come e di che cosa si nutrivano i popoli romani e celti. I gruppi di rievocazione storica cucineranno i loro pasti rievocando tutti gli aspetti dell’ alimentazione dalla preparazione alla degustazione.

L’alimentazione del soldato romano

(grazie a Giuseppe Cascarino per le informazioni contenute nel seguente articolo)

Alcuni riferimenti letterari hanno alimentato a lungo la convinzione che il soldato romano si nutrisse quasi esclusivamente di pane e di prodotti derivati dai cereali.

In realtà anche durante il periodo repubblicano non mancano diete molto più equilibrate e consumo generalizzato di carne, mentre a partire dal I secolo la diversificazione dell’alimentazione tipica, probabilmente anche a causa dell’adozione di abitudini alimentari dei paesi conquistati, risulta attestata da evidenze non solo epigrafiche ma anche archeologiche, come l’analisi dei rifiuti di alcuni insediamenti e fortezze legionarie.

La grande importanza attribuita al grano da soldati e strateghi risiedeva in realtà nella sua facile trasportabilità e nella notevole conservabilità del grano non macinato.

Durante le campagne militari il cibo poteva essere ottenuto per requisizione, oppure sotto forma di tributo delle popolazioni dei territori occupati o attraversati. Per le truppe di stanza in una guarnigione i rifornimenti provenivano dal territorium o dai prata legionis circostanti, o venivano approvvigionati da un procurator, un funzionario civile di classe equestre addetto ai rifornimenti. Un’altra fonte di approvvigionamento alimentare per il miles poteva essere costituita dall’acquisto diretto nei mercati che sorgevano spontaneamente nelle città e nei borghi adiacenti ai campi militari (canabae o vici), mentre in alcuni casi, come testimoniato da numerosi papiri (P.Mich. 478), parte del cibo poteva essere spedito da familiari e parenti.

Il cibo veniva generalmente preparato e cucinato direttamente daipaterea legionari, che si avvalevano di pentole (ollae), padelle (paterae) di varie dimensioni e altri attrezzi da cucina non dissimili da quelli moderni, e che costituivano parte integrante della loro dotazione personale e del loro bagaglio.

Il pane (panis) – I cereali, ed in particolare il grano (frumentum), costituivano in ogni caso la parte principale (variabile dal 60 al 75%) della dieta del soldato romano. Razioni di grano non macinato venivano distribuite con regolarità ai soldati, in genere con cadenza mensile (DBG, I, 16 e VI, 33), ed il loro valore veniva detratto dalla paga.

Oltre al grano tenero era molto diffuso il farro, ma venivano utilizzate anche altre varietà di cereali, come il miglio e l’orzo.

Secondo Polibio (VI, 39) la razione di grano assegnata ogni mese al fante romano era pari a due terzi di medimno attico, una misura greca di volume pari a 51,86 litri. Due terzi di medimno equivalgono quindi a 34,5 litri di frumento al mese, cioè a 1,15 litri al giorno. Il grano doveva quindi essere macinato per ottenere la farina con cui preparare il pane. Numerosi riferimenti attestano l’usanza dei soldati di prepararsi il pane da sé giorno per giorno, il che avveniva quasi certamente a livello di contubernium (otto uomini): ognuno di essi disponeva di una piccola mola in pietra (mola manuaria) in grado di macinare circa 4 chili di grano all’ora.mola-manuaria La mola, il cui peso si aggirava attorno ai 20 chili, veniva trasportata dagli animali da soma assieme agli altri oggetti pesanti, come ricorda Plutarco (Ant., 45): “…l’esercito mancava di attrezzi per macinare (pros aleton skeuon). Infatti molti erano stati abbandonati, poiché alcuni animali da soma erano morti, e altri dovevano trasportare i malati e i feriti…”. La pratica di preparare il pane da sé doveva essere tipicamente militare: perfino l’imperatore Caracalla (Erodiano, IV, 7, 5) durante le campagne in Germania mangiava il pane che cuoceva personalmente dopo aver macinato il grano con la mola.

La farina poteva essere impiegata anche in altri modi: è attestata ad esempio con una certa frequenza la preparazione della puls, una specie di polenta fatta con farina di farro, acqua, olio o latte.

Poiché durante le marce e gli spostamenti non sempre era possibile o consigliabile accendere fuochi per la cottura del pane, spesso veniva preparata una specie di galletta già cotta e pronta per il consumo, detta bucellatum, che conteneva lo stesso valore calorico del pane con un peso sensibilmente inferiore (600 grammi contro gli 800 della razione di pane).

Gli altri cibi (cibaria): Il fabbisogno di vitamine e di proteine necessario per assicurare una dieta equilibrata veniva soddisfatto da razioni adeguate di carne, verdure, formaggio, uova, olio e vino. Il termine cibaria veniva usato per definire gli alimenti diversi dai derivati del grano (Cesare, DBC, III, 53).

La carne – Essa era principalmente di manzo e di maiale, come viene attestato dai numerosi ritrovamenti di ossa di questi animali nei siti occupati dalle legioni.

La carne bovina proveniva dalle mandrie che pascolavano nei prata legionis, dai mercati e dai sacrifici che venivano regolarmente officiati in occasione delle numerose festività. La carne di maiale veniva bollita o arrostita, ed era possibile ricavarne salsicce (farcimina) e prosciutti (perna). Per la conservazione venivano utilizzate tecniche di salatura e affumicatura. La carne di maiale salata (laridum) era uno degli alimenti più diffusi e consumati. I legionari gradivano molto anche la carne ovina (DBC, III, 47), in particolare di pecora (ovis) e di capra (capra). Anche gli animali da cortile (aves) rientravano frequentemente nella dieta assieme alle loro uova (ova): Vegezio (IV, 7) consiglia di allevare pollame in previsione di un assedio, in quanto poco dispendioso e ideale alimento per i malati. Cavalli e animali da soma potevano venire macellati solo in caso di stringente necessità. Anche la cacciagione, principalmente cervi, cinghiali e lepri, costituiva una percentuale non irrilevante della carne consumata: la caccia costituiva peraltro un’attività tipica del tempo libero. La razione giornaliera media di carne si aggirava attorno alla mezza libbra romana (circa 160 grammi).

Le verdure – Erano costituite principalmente da leguminose ma a volte, in caso di necessità, venivano consumate erbe e radici rinvenute sul posto, come fecero spesso i legionari di Cesare (DBC, III, 48). Anche un notevole consumo di aglio doveva costituire un tratto caratteristico del soldato romano, se Vespasiano revocò la nomina a prefetto di un giovanotto piuttosto profumato (Svetonio, Vesp., 8) dicendogli disgustato “…Avrei preferito che tu odorassi di aglio…”. La razione più attendibile in volume doveva aggirarsi attorno al mezzo sextarius o anche meno (40 o 50 grammi in peso).

Il formaggio e l’olio di oliva – Ricavato da mucche, pecore e capre, il formaggio (caseus) aveva il vantaggio di offrire un peso contenuto e di poter essere confezionato nel campo dagli stessi soldati. La razione giornaliera poteva aggirarsi attorno ai 30 grammi.

L’uso dell’olio d’oliva era diffuso come condimento e mezzo di cottura ma anche come elemento curativo.

Il pesce – Il consumo di pesce è attestato da numerosi ritrovamenti negli insediamenti legionari di lische e di altri resti. Il pesce di fiume (la trota (tructa), il luccio (lucius), lo storione (acupenser)) veniva regolarmente pescato presso i campi legionari lungo il Reno e il Danubio. Di solito merluzzo (salpa), alice (aphye) e tonno (thynnus), veniva trasportato in siti e fortezze anche molto distanti dalla costa. Le tecniche di conservazione, basate certamente sulla salatura, dovevano essere applicate con molta cura e non sempre con successo, come svela un papiro (P.Mich. 478) in cui un soldato racconta al padre le sue disavventure per aver mangiato del pesce avariato. Il pesce, e in particolare le sue interiora, costituiva la base per la preparazione del garum, una salsa molto ricercata e di cui tuttavia non è nota con certezza la composizione: essendo molto costosa, veniva spesso sostituita da un surrogato detto muria.

Anche i frutti di mare, in particolare ostriche (ostreae), cozze (mytuli), patelle (patellae) e lumache di mare (cochleae), erano molto apprezzati.

La frutta – La frutta (poma), sia fresca che secca, era largamente prodotta e consumata in ambito militare. Nei pressi di numerose fortezze legionarie sono stati rinvenuti tra i rifiuti i resti del consumo di grandi quantità di mele (mala), pere (pira), susine (pruna), uva (uva), ciliegie (cerasae), varie specie di frutti di bosco, fichi (fici), noci (nuces), nocciole (nuces avellanae), castagne (castaneae). Sui confini orientali era possibile trovare pesche (pruna persica) e albicocche (pruna armeniaca).

Il vino – Anche il vino si può considerare un alimento vero e proprio: un litro di vino con gradazione alcolica del 12% contiene infatti circa 700 calorie. Si distingueva il vino vero e proprio (vinum), più costoso e di difficile reperibilità, dal vino leggero di bassa qualità e leggermente acidulo (acetum), che allungato con acqua costituiva la posca, la bevanda caratteristica del soldato romano. L’acetum era l’unico alimento che, assieme al bucellatum e al laridum era consentito portare con sé in missioni in cui era necessario viaggiare leggeri (Hist.Aug., Avidius Cassius, V, 3).

Il vino di buona qualità, generalmente prodotto in Italia, in Gallia e in Spagna, veniva identificato dalla provenienza (scritta sulle anfore). Il grado di invecchiamento era definito dall’indicazione vetus (invecchiato) o pervetus (molto invecchiato). Si bevevano anche tipi di vino dolce (glukus oinos) e speziato, in genere allungato con acqua.

La posca costituiva, oltre che una bevanda semplice e di uso comune, anche un blando disinfettante per le ferite ed un ottimo mezzo per prevenire la mancanza di vitamina C. La razione quotidiana di vino doveva attestarsi attorno al mezzo sestario, equivalente a circa 0,27 litri. Sulle frontiere settentrionali era molto diffuso il consumo di birra (cervesa).

Nella tabella seguente è ricostruita la possibile razione quotidiana di un soldato romano in funzione del fabbisogno di calorie.

Alimento Peso in grammi Misura romana Kcal Proteine in grammi
Pane 850 2 sextarii 1950 75
        o bucellatum (650) 2 sextarii
Carne di manzo 160 ½ libra 600 15
        o di maiale 30
Formaggio 30 1 ½ unciae 90 0
Verdure 50 1/3 sextarius 190 10
Vino 160 ½ sextarius liquido 200 0
Olio 40 1 ½ unciae 350 10
Totale 1300 – 1100 3000 110 – 125

Harpastum: il tempo libero delle legioni

L’Harpastum fu uno sport piuttosto cruento appreso dai romani nell’antica Grecia (dove veniva chiamato àrpastòn) durante le campagne di conquista del II secolo a.C. Venne importato a Roma e diffuso successivamente in tutto l’Impero. Antenato del rugby moderno, lo scopo del gioco era di portare la palla, riempita di lana o stoppa, oltre l’estremità del campo avversario. Non è disponibile una documentazione attendibile sulle precise regole del gioco in quanto non ne esistevano di comuni. Tuttavia, dalle fonti storiche si apprende che la partita si disputava tra rapidi passaggi, mischie concitate e scontri corpo a corpo che non di rado causavano gravi ferite se non addirittura decessi. Il campo di gioco era solitamente uno spiazzo di terra semplice e privo d’erba, per questo motivo durante le partite aleggiava nell’aria una costante nuvola di polvere che diede al gioco un nuovo nome: pulverulentus. Ecco come il commediografo greco Antifane descrive una situazione di gioco: «Prese la palla ridendo e la scagliò ad uno dei suoi compagni. Riuscì ad evitare uno dei suoi avversari e ne mandò a gambe all’aria un altro. Rialzò in piedi uno dei suoi amici, mentre da tutte le parti echeggiavano altissime grida “E’ fuori gioco!”, “E’ Troppo lunga!”, “E’ troppo bassa!”, “E’ troppo alta!”, ” E’ troppo corta!” “Passala indietro nella mischia!”».

Secondo la testimonianza dello scrittore latino Sidonio Apollinare (V sec.), il gioco (anche raccomandato dal medico greco Galeno come esercizio igienico) si svolgeva su un terreno rettangolare, con una linea mediana e due linee di fondo campo.

I romani lo chiamavano anche “il gioco della palla piccola” per distinguerlo dai giochi effettuati con altri tipi di pallone, come la Follis (o Folliculus) e la Paganica, riempiti rispettivamente di aria (Follis) o piume (Paganica). Inoltre, Harpastum era anche il nome del tipo di palla sferica, piccola, dura e ripiena di lana o stoppa con la quale si praticava l’omonimo gioco.

Altre fonti riportano che l’Harpastum fosse usato come esercizio fisico per i legionari: non è quindi improbabile pensare che questo gioco viaggiò con le legioni romane e fu da queste diffuso in tutta Europa, dove probabilmente si fuse e contaminò con i giochi con la palla locali dato che era praticato soprattutto dalle legioni a presidio dei confini (erano infatti frequenti partite fra i romani e le popolazioni autoctone).
Secondo le fonti, nel 276 d.C. si svolse una partita in cui i Britanni sconfissero i legionari con punteggio di 1 a 0.

Marco Aurelio, imperatore romano dal 161 al 180 (noto per essere stato un grande politico, filosofo e seguace della dottrina stoica), avendo molto a cuore le questioni morali ed etiche e ritenendo “barbara” l’immolazione di uomini e animali nei circhi al solo scopo di divertire il sadico pubblico romano, bandì i ludi gladiatorii sostituendoli con sport dal carattere meno violento, uno dei quali era proprio l’Harpastum.

Il Castrum Romano

Il Castrum era l’accampamento o meglio, la fortificazione, nella quale risiedeva in forma stabile o provvisoria un’unità dell’esercito romano come, ad esempio, una legione.

Le forme di questi accampamenti subirono numerose modifiche nel corso della storia di Roma. La tipologia allestita in occasione di Tempora in Aquileia risale all’epoca di fondazione della città di Aquileia ovvero al periodo repubblicano. Si caratterizza per l’uso di materiali provvisori e facilmente reperibili come il legno e la terra questo poiché la sua funzione era quella di proteggere le legioni romane per brevi periodi, durante campagne militari o per far sostare le legioni in marcia: in casi come questo si parla di castra aestiva.

Mi sembra dunque che i Romani, mirando soprattutto alla semplicità, seguano a questo riguardo criteri del tutto diversi da quelli dei Greci. I Greci infatti quando si accampano ritengono che la cosa più importante sia approfittare delle difese naturali, sia perché vogliono evitare la fatica di scavare fosse, sia perché pensano che le fortificazioni artificiali non siano mai altrettanto sicure quanto quelle naturali. Sono costretti perciò a mutare ogni volta la disposizione dell’accampamento, adattandosi alla natura dei luoghi e a cambiare la disposizione reciproca delle singole parti a seconda della varietà dei luoghi stessi; è quindi incerto il punto assegnato in ogni accampamento sia ai singoli soldati sia ai manipoli. I Romani invece preferiscono assoggettarsi alla fatica di scavare fosse e di costruire opere, perché l’accampamento risulti sempre uguale, a tutti noto e semplice a costruirsi.”  (Polibio, VI, 27-32)

Innanzitutto si doveva scegliere il luogo, tracciare la pianta, di forma quadrata (secondo lo storico greco Polibio, 6, 27 –36; III sec. A.C) o rettangolare (secondo Igino, Le fortificazioni dell’accampamento, 32 –44, III sec. D. C.) e ripulire il terreno da ogni ostacolo. Per l’accampamento era preferibile un suolo in pendenza, che favoriva l’evacuazione delle acque, l’aerazione, e rendeva più agevole l’uscita di fronte a eventuali assalitori. Una volta che il terreno era stato spianato, un agrimensore, a partire dal centro del campo, usando uno strumento chiamato groma, disegnava la dislocazione delle vie e del muro (sembra che si chiamasse groma anche il punto centrale del campo).

Il campo era circondato e fortificato da un fossato largo circa un metro e mezzo e profondo in metro, il cui terreno ammucchiato indietro andava a costruire, insieme con zolle di terra e pietrame, un terrapieno di circa due metri di altezza, detto agger, sormontato da una palizzata. Possiamo avvalerci dell’opera dello pseudo Igino “De monitionibus castrorum” (“Sulle fortificazioni degli accampamenti”). In particolare al capitolo 49, si fa riferimento ad una larghezza del fossato di almeno cinque piedi romani (circa 150 cm) e una profondità di circa tre piedi romani (circa 90 cm.). Un presidio, sentinelle lungo la palizzata e corpi di guardia esterni vigilavano l’accampamento con turni di guardia continui durante il giorno e la notte. La guardia era divisa dal tramonto all’alba in quattro vigiliae, ciascuna di tre ore diversamente lunghe secondo la stagione dell’anno.

pianta-castrum

L’accampamento era suddiviso in quattro settori da due arterie principali che si incrociavano ortogonalmente sfociando in quattro porte:

  1. Il Decumanus Maximus (detto via Decumana e, nel tratto finale, via Praetoria) andava dalla porta decumana, sul lato posteriore, alla porta pretoria, sul lato prospiciente il nemico che nel caso di Aquileia era quella rivolta verso il foro.
  2. Il Cardus Maximus (via Principalis) univa la porta principalis dextera alla porta principalis sinistra, aperte sui lati.

Parallela al Cardus Maximus, sul retro, la via quintana (detta così perché attraversava gli attendamenti dei soldati disposti parallelamente lungo le vie perpendicolari alla via principalis, all’altezza della quinta coorte).Sulla via praetoria era situato il Praetorium (ossia quartier generale del comandante, in origine Praetor). Molto vicino si trovava l’Auguratorium, dove venivano presi gli auspici. In prossimità era installata anche una tribuna da dove il comandante in capo amministrava la giustizia e pronunciava discorsi. Vi erano inoltre due spazi aperti: il Forum (la piazza) ed il Quaestorium (sede dell’ufficiale addetto agli approvvigionamenti, il Quaestor).

Le vie delimitavano spazi rettangolari all’interno dei quali si montavano le tende; la più importante era quella del comandante, presentava gli stessi caratteri sacri di un tempio. Lungo la via principalis erano collocati i tabernacula degli ufficiali superiori (tribuni militum e i praefecti); quelli dei centurioni erano invece paralleli al lato posteriore dell’accampamento. Gli alloggi per i soldati si trovavano lungo le vie perpendicolari alla via principalis. Gli auxilia e le truppe scelte alleate (extraordinarii) erano attendati nel settore anteriore dell’accampamento.

L’ordinata disposizione delle tende verrà poi ricalcata dalla pianta della futura Aquileia.

TIPOLOGIE DI TENDE (tabernaculum, -i per gli ufficiali, tentorium, -i per i soldati):

  1. LA TENDA DEL LEGIONARIO (contubernium, -ii)
    La tenda base del legionario, rimasta praticamente invariata durante la lunga storia dell’esercito romano, era progettata per ospitare al suo interno 8 legionari. Le sue dimensioni erano di 10 piedi di lato e 5 di altezza (un piede era l’equivalente di 30 cm odierni). Un mulo trasportava un singolo contubernium, i paletti per piantarlo al terreno, corde, due cesti utilizzati per scavare il fossato attorno al campo, gli strumenti per scavare, una piccola macina per il grano e del cibo supplementare). La tenda era assemblata sul campo ed era fatta di lino e rinforzata con cuoio nei punti delle legature. Il contubernium veniva in realtà utilizzato da 9 o 10 persone. Sembra che 1/4 dei soldati alloggiati nella tenda dovessero rimanere all’erta, quindi solamente 6/8 soldati dormivano al suo interno.
  1. LA TENDA DEL GENERALE (praetorium, -ii)
    Il generale, come tutti gli ufficiali superiori, aveva una tenda di dimensioni maggiori rispetto a quelle dei soldati e dei legionari. Mediamente la tenda misurava 12 piedi di lato, come pure la parte più alta al suo interno. I paletti dovevano essere trasportati da 2 muli. Una tenda di queste dimensioni poteva essere trasportata anche da un carro trainato da buoi. Il problema del carro però era la lentezza e il limite posto dal fatto che esso non poteva percorrere tutte le strade, soprattutto quelle più impervie, perciò si preferiva ripartire il carico su diversi muli.
  1. LA TENDA DEL CENTURIONE
    Il centurione aveva una propria tenda, espressione del rango, addirittura più grande del contubernium poiché utilizzata anche come ufficio. Anch’essa aveva un lato di 10 piedi ma occupava più spazio poiché aveva un’altezza superiore e di conseguenza i tiranti dovevano essere più distanti. Vi erano anche più paletti: 2 al centro e 4 sui lati. La tenda del centurione era trasportata da un mulo guidato da un inserviente, il quale era addetto anche alla cura personale dell’ufficiale. L’animale trasportava, oltre al cibo supplementare, anche l’equipaggiamento dell’ufficiale.

I Romani ad Aquileia

Siamo nel 181 a.C., l’Aquileia romana sta prendendo forma e i protagonisti di questo importante avvenimento sono i triumviri Lucio Manlio Acidino, Publio Scipione Nasica e Gaio Flaminio.

« Nello stesso anno fu fondata nel territorio dei Galli la colonia di Aquileia. 3.000 fanti ricevettero 50 iugeri ciascuno, i centurioni 100, i cavalieri 140. Ve li condussero i triumviri Publio Scipione Nasica, Gaio Flaminio e Lucio Manlio Acidino. » (Tito Livio, Ab Urbe condita libri XL)

All’interno del Museo Archeologico Nazionale di Aquileia è conservata una lapide in calcare (73x56x15) a forma di parallelepipedo, la cui iscrizione fa riferimento al triumviro fondatore Lucio Manlio Acidino.

lapide manlio acidino

“ L(ucius) Manlius L(uci) f(ilius) Acidinus, triumvir Aquileiae coloniae deducundae”

Traduzione: “Lucio Manlio Acidino, figlio di Lucio, triumviro (incaricato) della fondazione della colonia di Aquileia”

Dai “Fasti consulares” (elenchi dei nomi dei consoli in carica) di Roma apprendiamo che il nome intero del triumviro era Lucio Manlio Acidino Fulvianus. Figlio di Fulvio Flacco, fu adottato da Lucio Manlio Acidino (entrando così a far parte della gens dei Manlii) che trasformò secondo l’uso il suo vecchio nomen, da Fulvius in Fulvianus. Sappiamo inoltre che, prima di essere impegnato nel nostro territorio, fu pretore nel 188 a.C. Venne quindi inviato in Spagna per combattere contro i Celtiberi. Da questo scontro uscì vincitore, fatto che gli valse l’onore di una “ovatio” (cerimonia con cui venivano resi gli onori ai generali vittoriosi) al suo ritorno a Roma.

Nel 183 a.C. è stato uno dei tre ambasciatori romani incaricati riaccompagnare in Gallia Narbonense un gruppo di Galli transalpini che si erano stabiliti nella pianura friulana nel 186 a.C. in ricerca di un territorio dove installarsi e che avevano tentato di fondare una città sul territorio dell’attuale Aquileia.

Fu poi eletto console nel 179 a.C. con suo fratello adottivo, caso unico dove due fratelli furono consoli nello stesso tempo. Lucio Manlio Acidino era detto “uomo onesto e cittadino eccellente”.

Per sancire la fondazione vera e propria della città, era d’uso presso i Romani celebrare il rito del Sulcus Primigenius (la cui rappresentazione avverrà durante “Tempora in Aquileia”): un aratro tirato da due possenti buoi parati a festa e condotto dal fondatore della città incideva nella nuda terra il futuro percorso della cinta muraria più esterna, il confine tra la civiltà romana ed il resto del mondo, oscuro, barbaro e da popolazioni ostili.
Con il rito del “Sulcus Primigenius” l’urbs veniva inaugurata e protetta da mura sanctae. Questa concezione di una città protetta non solo dall’imponenza materiale delle pietre ma anche dalla sacralità delle sue mura era il risultato di un processo di fusione tra due culture, quella romana e quella etrusca.

Mentre il processo generativo del murus derivava dal rito etrusco del “Sulcus Primigenius”, diverso era il caso del “pomerium” proprio del rito latino. Gli autori antichi interpretano il “pomerium” come una zona contigua alle mura, precisamente “post murum”. Il “pomerium” era una linea che separava la parte sacra della città dal resto. La sua caratteristica era dunque quella di essere una linea continua, senza alcun varco altrimenti avrebbe lasciato debordare la sacralità, peculiarità che lo distingue nettamente dal solco primigenio che doveva invece avere tre interruzioni dove veniva estratto il vomere e sollevato l’aratro nei punti dove erano previste le porte.

Dunque per tracciare il sulcus romano, innanzitutto si provvedeva a osservare gli auspici, ovvero i messaggi divini basati sul volo e sul canto degli uccelli, la cui interpretazione comunicava le volontà degli dei; tale compito spettava ad un sacerdote, l’àugure. In secondo luogo, si scavava una fossa circolare nel punto ove le due strade principali si incontravano formando un angolo retto: questo fossato era chiamato mundus. Al suo interno venivano interrati simboli religiosi che avrebbero dovuto assicurare alla futura città benessere, prosperità, pace e giustizia; in particolare, il fondatore vi gettava una zolla di terra portata con sé dal luogo di provenienza e lo stesso facevano, dopo di lui, gli altri patres familias. Solo dopo, per mezzo d’un aratro, veniva tracciato un solco di confine che delimitava il territorio della città.

Una volta fondata la città di Aquileia dai triumviri prima citati, essa divenne fin da subito centro politico-amministrativo (capitale della X Regione augustea, Venetia et Histria) e prospero emporio.

« Aquileia, poi che è la più vicina al golfo dell’Adriatico è stata fondata dai Romani, fortificata contro i barbari dell’interno. Si risale con le navi verso la città salendo lungo il corso del Natiso per circa 60 stadi. Essa serva ad emporio a quei popoli illirici che abitano lungo l’Istro. Essi vengono a rifornirsi di prodotti provenienti dal mare, come il vino che mettono in botti di legno caricandolo sui carri e anche l’olio, mentre la gente della zona viene ad acquistare schiavi, bestiame e pelli. Aquileia è situata oltre il confine dei Veneti. Il confine è segnato da un fiume che scorre giù dalla Alpi ed attraverso il quale, con una navigazione di 1.200 stadi si risale fino alla città di Noreia. » (Strabone, Geografia, V, 1, 8.)

Tempora in Aquileia

RIEVOCARE LA VITA E I FASTI ANTICHI DELLA CITTA’ DI AQUILEIA… 500 RIEVOCATORI CELTI E ROMANI.
26 GIUGNO 27 GIUGNO 28 GIUGNO 2015

500 rievocatori celti e romani…
Tre giorni per rivivere lo spirito delle origini della città grazie allo spettacolo della rievocazione storica: un viaggio nel tempo alla scoperta della storia, della tradizione e della leggenda dell’Aquileia Antica. Immersi nel centro storico e nelle aree archeologiche della città ci si potrà imbattere nella quotidianità di un legionario romano o in quella di un guerriero celta, nei saperi e nei sapori dell’antico mercato, nel giubilo dell’arena gladiatoria, fino a giungere alla piacevole distrazione delle danze e dei suoni che celebrano riti e libagioni… tre giorni per rievocare la vita e i fasti di Aquileia antica ai tempi della sua Fondazione.

More than 500 historical reenactors between romans and celtic warriors…
Back in the ancient times of the city for three days trough a big historical recall; moving into time through legend, history and tradition all in the ancient town of Aquileia.
Into the city center we’re gonna met roman legionarys or celtic warriors daily life, ancient markts and foods, the Arena and gladiators value and the pleasure of dancers and musicians entertainment, all included in mystical rites and magic atmosphere…
Three days…
Three days for the old city story to recall, starting the time of its foundation.

CONTACTS:
info@temporainaquileia.eu
+39 3346181963


I Celti Karni

Tra le più importanti popolazioni presenti sul nostro territorio prima della fondazione di Aquileia vi erano i Celti Karni.

Il termine Karni deriva probabilmente dalla parola in lingua celtica “Karn”, ossia roccia: essi erano popolazione “dei monti”.
I Karni erano di origine indo-europea, di lingua a cultura celtica e a partire dal IV sec. a.C. migrarono dalle pianure comprese tra Reno e Danubio per stanziarsi nelle regioni Carnia, Carinzia e Carniola. La loro presenza in Friuli si può riscontrare in tutta la zona montana e pedemontana e sul Carso triestino.
Entrarono quindi in contatto con le popolazioni a loro confinanti, quali Veneti, Histri, Giapidi e Liburni. Con questi popoli ebbero rapporti perlopiù pacifici e di collaborazione e alleanza, ma non mancarono le battaglie.
Le relazioni con Roma furono pacifiche, fino alla fondazione di Aquileia nel 181 a.C., essendo essa avamposto militare contro le popolazioni confinanti. I Karni vennero poi assoggettati dal console Marco Emilio Scauro nel dicembre 115a.C.: ciononostante gli usi e costumi karni rimasero quasi inalterati.
Guerrieri carnici furono reclutati da Roma in diverse occasioni: ad esempio le campagne di Giulio Cesare contro i Cimbri, i Quadi, i Marcomanni e i Sarmati ed anche nella difesa di Aquileia contro le truppe di Massimino il Trace.

Erodiano racconta che nella difesa di Aquileia, i Karni combatterono con tal impeto e vigore, che il dio Beleno era stato visto combattere sulle mura insieme ai suoi devoti.
Infatti, il dio Beleno ( il dio del sole e della luce, associato dai Romani ad Apollo) era la divinità principale del pantheon degli antichi Karni. Beleno era una delle divinità più diffuse tra le genti di cultura celtica di tutta Europa.
Un fatto di grande importanza a riguardo ebbe luogo nel 300 d.C.: i due imperatori Diocleziano e Massimiano, divenendo nel 305 d.C. persecutori dei cristiani, si’inginocchiarono ad Aquileia dinnanzi alla statua del dio Beleno, rinnovando così nel popolo carnico la diffidenza verso la nuova ed estranea religione.

Durante la rievocazione “Tempora in Aquileia” sarà fedelmente riprodotto il rito del fuoco di Beleno che rimanda ad antichi riti propiziatori e di purificazione celtica: le ceneri venivano sparse nei campi per allontanare maledizioni e garantire raccolti abbondanti.
Un’altra divinità molto importante per il popolo dei Karni era il dio Ogmios, associato dai Romani ad Ercole, dio eroe, che guidava le anime nell’aldilà e rendeva sicuri i viaggi dei suoi devoti. Probabilmente a lui erano dedicati i templi adornati da armi che sono stati rinvenuti sui passi montani del Friuli.

Fondazione della Città di Aquileia

Narra Tito Livio, storico vissuto in età augustea, che nel 186 a.C. un contingente di dodicimila Galli Transalpini era penetrato “in Venetiam” con l’intento di insediarsi nella bassa pianura friulana. Questo è l’antefatto della fondazione della colonia latina di Aquileia (toponimo di origine venetica), sorta nel 181 a.C. per volere del Senato romano a presidio di un territorio confinante a ovest con i Veneti, alleati dei Romani; a nord con le tribù galliche e a est con gli Istri. Sempre secondo Tito Livio, solo dodici anni dopo la fondazione della città vennero inviate altre millecinquecento famiglie a rinforzo della colonia: ciò è confermato da un’epigrafe ritrovata proprio ad Aquileia nel 1995 sulla quale è anche testimoniata la costruzione di un tempio nel cuore della città. Lo sviluppo di Aquileia venne influenzato anche dal contesto ambientale, vista le ampie aree acquitrinose per le quali si dovettero costruire molti canali. Venne poi costruita una cinta che racchiudeva il nucleo urbano, a est del quale scorrevano il “Natiso cum Turro”, ossia il Natisone ed il Torre tuttora esistenti ma il cui corso in passato era spostato ad occidente. Oggi è possibile passeggiare lungo quello che in passato era il letto del “Natiso cum Turro” ed ammirare numerosi resti archeologici. Altro luogo nato con la fondazione di Aquileia è l’area del foro, le cui dimensioni attuali sono pari a quelle di età repubblicana (che va per l’appunto dalla data di fondazione alla fine del I sec a.C.), sul quale si affacciavano importanti edifici pubblici. Passeggiando tra i resti archeologici potrete immedesimarvi in uno di quei primi abitanti aquileiesi, protagonista della nascita di una città che diverrà poi tra le più importanti dell’Impero.